Il dibattito pubblico tende a parcellizzare gli episodi di violenza estrema, descrivendoli come anomalie isolate. Da un lato, assistiamo a stragi di matrice religiosa o ideologica e di genere, come il massacro del Politecnico di Montréal o più recenti attacchi guidati da manifesti programmatici online; dall'altro, osserviamo dinamiche di esultanza collettiva digitale come l'assassinio di Charlie Kirk, o le reazioni polarizzate all'omicidio del CEO UnitedHealthcare da parte di Luigi Mangione. Spazi virtuali come la pagina Facebook “Guillotines for a Better America” mostrano utenti che discutono l'eliminazione sistematica di intere categorie sociali con agghiacciante metodicità.
Sebbene la scala di questi eventi vari — oscillando tra il terrorismo effettivo e la catarsi digitale — essi condividono la medesima premessa ontologica:
la convinzione che il collasso violento e l'eliminazione fisica dell'altro siano l'unico canale legittimo per l'edificazione di un ordine superiore.
Il limite delle analisi tradizionali e l'errore della "radicalizzazione"
Di fronte a queste derive, la sociologia e la cronaca cercano cause scatenanti esterne. A seconda della lente politica utilizzata, l'accento viene posto sul fenomeno degli incel, sulle dottrine marxiste o sull'estremismo nazionalista. Ognuna di queste letture coglie un frammento di verità, ma tutte condividono un errore metodologico: presuppongono che l'ideologia preceda l'impulso distruttivo.
Il modello interpretativo dominante descrive la radicalizzazione come un'infezione esogena. Si assume che l'individuo sia un soggetto originariamente sano, all'interno del quale una dottrina tossica si inocula, si sviluppa e ne guida le azioni verso l'aberrazione.
L'inversione causale: il ressentiment nietzschiano
Esiste tuttavia una spiegazione opposta: non sono le idee pericolose a corrompere l'individuo, ma sono i soggetti già intimamente compromessi a ricercare attivamente le ideologie che possano giustificare la loro pulsione distruttiva. Questo fenomeno trova la sua codificazione nel concetto di ressentiment (risentimento) formulato da Friedrich Nietzsche ne La genealogia della morale. Il ressentiment è il lento veleno psicologico di chi ha rinunciato alla propria autonomia e alla speranza di un'auto-realizzazione. L'individuo, incapace di agire positivamente sul proprio destino, si autodefinisce come vittima perpetua di forze esterne e sviluppa un odio viscerale verso il mondo. Questo sentimento costruisce interi sistemi morali progettati per far sembrare che un rancore personale sia giustizia universale. L'ideologia non è la causa del male, ma il suo paravento morale.
Il parallelismo storico: la disintegrazione della ex Jugoslavia
La storia dimostra che questo meccanismo psicologico individuale, quando trova condizioni sistemiche favorevoli, può infettare intere comunità stravolgendo i legami sociali più intimi. Il collasso della Repubblica Federale di Jugoslavia nei primi anni '90 ne è il caso di studio più drammatico. La balcanizzazione del quotidiano: prima del 1991, i cittadini di Sarajevo, Vukovar o Srebrenica coesistevano in matrimoni misti e rapporti di buon vicinato. Il crollo delle istituzioni statali hanno risvegliato e legittimato i risentimenti latenti.
La moralizzazione dell'atrocità: vicini di casa che avevano condiviso decenni di vita quotidiana si trasformarono improvvisamente in carnefici, deportando e uccidendo i propri conoscenti con la scusa che fossero "serbi", "croati" o "bosniaci musulmani". L'ideologia nazionalista non creò la brutalità dal nulla, ma offrì la giustificazione morale a individui che covavano frustrazioni e rancori personali, trasformando l'omicidio del vicino in un presunto atto di difesa patriottica.
La propaganda come sdoganamento
La retorica mediatica dell'epoca non fece altro che convertire il ressentiment individuale in un'arma collettiva, convincendo le persone che l'unico modo per non essere vittime fosse diventare oppressori.
La costante storica, dalla Rivoluzione Francese ai Totalitarismi
Questo schema non è un'esclusiva dei Balcani, ma una costante dei grandi collassi morali della storia.
Il Terrore Giacobino (1793-1794) e la legittima aspirazione alla libertà della Rivoluzione Francese venne cannibalizzata dal ressentiment di figure come Robespierre e Saint-Just. La ghigliottina divenne uno strumento burocratico per epurare non solo i controrivoluzionari, ma chiunque non dimostrasse una "virtù" assoluta, trasformando il sospetto e la vendetta personale in legge dello Stato.
La banalità del male totalitario, come evidenziato da Hannah Arendt nei suoi studi sul nazismo, l'adesione alle ideologie distruttive del Novecento, fu spesso alimentata dall'opportunismo e dal risentimento di una classe media frustrata e atomizzata, che trovò nel partito e nella disumanizzazione del "nemico oggettivo" (gli ebrei, i borghesi, i dissidenti) il pretesto per esercitare un potere violento.
L'inversione causale e la ricerca attiva del pretesto ideologico.
Esiste una spiegazione opposta e più profonda.
Non sono le idee pericolose a corrompere l'individuo, ma sono gli individui già intimamente compromessi a ricercare attivamente le ideologie che possano giustificare la loro pulsione distruttiva.
Questo fenomeno trova la sua perfetta codificazione nel concetto di ressentiment (risentimento) formulato da Friedrich Nietzsche.
Il ressentiment è il lento veleno psicologico che logora chi ha rinunciato alla propria autonomia e alla speranza di un'auto-realizzazione.
L'individuo, incapace di agire positivamente sul proprio destino, si autodefinisce come vittima perpetua di forze esterne e sviluppa un odio viscerale verso il mondo.
Questo sentimento non è passivo, bensì fortemente creativo. Esso si dota di strutture logiche complesse, edificando interi sistemi morali e dottrinari volti a un unico fine: trasmutare il rancore personale in una parvenza di giustizia universale.
L'ideologia o la religione, in questo contesto, non sono la causa del male, ma il suo paravento morale. La prova di questa inversione causale risiede nella scomposizione dell'energia espressa da tali soggetti.
L'enfasi e il fervore intellettuale sono interamente concentrati sulla fase distruttiva, sull'atto del punire e del disfare. Di contro, la visione della società futura — il presunto "mondo migliore" in nome del quale si compie il sacrificio di sangue — rimane sempre uno schizzo sfuocato, utopico e privi di dettagli strutturali. Ciò dimostra che l'obiettivo reale non è la costruzione, ma la distruzione. Il ressentiment non aggiunge valore alla realtà; si limita a sottrarre.
La vera sfida che le società contemporanee e le menti lucide devono affrontare non è dunque la confutazione di una singola fazione politica o di una specifica dottrina estremista. La battaglia culturale e psicologica si gioca contro lo spirito sotterraneo che le alimenta tutte: un impulso nichilista che usa la morale come arma per legittimare la propria brama di violenza.
Nota: il m5s (solo chi davvero lo ha frequentato per anni e lo conosce profondamente nei suoi meccanismi) è una vera e propria scuola di ressentiment e di odio, come il movimento propal e tutti quelle associazioni che usano la violenza come mezzo e/o obiettivo di affermazione sull'ordine sociale e politico di una comunità.
Sabrina Liberatoscioli
Nessun commento:
Posta un commento